
Sul palco del Teatro Ariston, durante la prima serata di Sanremo 2026, Tommaso Paradiso si è presentato con un guanto che raffigurava il Jolly Roger di One Piece. Non era un accessorio di stile. Era una dichiarazione. Poco prima dell’esibizione, in conferenza stampa, l’ex frontman dei Thegiornalisti — laureato in filosofia — aveva detto una cosa che aveva fatto girare mezza Italia: “Credo che chiunque, prima di morire, debba leggere One Piece, perché è l’opera più grande che sia mai stata concepita da un essere umano. Siamo oltre la Divina Commedia.” In tanti hanno riso. In tanti si sono indignati. Ma chi ha letto davvero One Piece — tutto, fino in fondo, con attenzione — sa che Paradiso non stava esagerando. Stava solo dicendo ad alta voce quello che molti pensano in silenzio.
Questo articolo non è una difesa di Paradiso né una celebrazione acritica di One Piece. È un tentativo serio di rispondere a una domanda che vale la pena porsi: cosa ha fatto davvero Eiichiro Oda in quasi trent’anni di storia? Perché questo manga — iniziato nel 1997 su Weekly Shonen Jump, ancora in corso nel 2026 — è riuscito a diventare qualcosa che trascende il fumetto, il genere, la cultura giapponese, e a parlare direttamente a qualcosa di universale nell’essere umano?
Il momento Sanremo: perché le parole di Paradiso hanno fatto rumore
Per capire perché le dichiarazioni di Paradiso hanno scatenato così tanto dibattito, bisogna capire il contesto. Sanremo è il festival più visto d’Italia, un evento che mescoIa pop, melò e cultura di massa in un cocktail che raggiunge ogni generazione. Paradiso — uno dei cantautori più ascoltati degli ultimi dieci anni, con Thegiornalisti e da solista — era alla sua prima partecipazione. Era atteso, osservato, giudicato.
E invece di parlare del suo brano, della sua carriera, della sua vita privata, ha scelto di parlare di un manga giapponese. Con un guanto del Jolly Roger alla mano. Davanti a tutta Italia.
È un’opera incredibile che parla fondamentalmente di liberazione, di libertà dall’oppressore. Questo è un messaggio potentissimo — che è stato preso a prestito anche dai movimenti popolari in Asia e Africa. Ed essendo laureato in filosofia, mi sono stupito quando mi sono reso conto di quanta forza ci fosse dentro.
La reazione del web è stata prevedibile: metà ironia, metà dibattito genuino. Ma al di là delle polemiche da social, Paradiso aveva toccato qualcosa di reale. One Piece non è solo il manga più venduto della storia — con oltre 530 milioni di copie — è un’opera che filosofi, sociologi e attivisti hanno citato come strumento di resistenza culturale in contesti che vanno ben oltre il Giappone. Il suo messaggio è arrivato in Africa, nel Sud-Est asiatico, nell’America Latina. Non perché Oda avesse programmato di essere rivoluzionario. Ma perché aveva scritto qualcosa di vero.
Vale la pena capire cosa.
Chi è Eiichiro Oda — l’uomo dietro il manga

Eiichiro Oda nasce a Kumamoto, Giappone, nel 1975. A quattro anni decide che farà il mangaka per non dover lavorare. Non è una barzelletta — lo racconta lui stesso nelle note degli autori nei volumi di One Piece, con quella ironia affettuosa e leggermente assurda che è la sua firma stilistica. A sedici anni inizia a inviare storie alle riviste. A diciotto vince un premio importante. A ventitré pubblica il primo capitolo di One Piece.
Da allora, con rarissime eccezioni per malattia, non ha mai saltato una settimana di pubblicazione. Per quasi trent’anni. Un capitolo a settimana, cinquantadue settimane l’anno, costruendo quella che è diventata la saga più lunga e più letta della storia del manga. Per fare questo, Oda ha pagato un prezzo enorme in termini di salute — problemi agli occhi, esaurimento fisico, anni di lavoro a ritmi che i suoi stessi assistenti descrivono come sovrumani. Ha continuato comunque.
Perché? Non per i soldi — li aveva già. Non per la fama — ce l’aveva già. Lo ha spiegato lui stesso in un’intervista: perché aveva una storia da raccontare fino in fondo. Una storia con un significato preciso, costruita con intenzione, che non poteva essere lasciata a metà. Chi conosce One Piece dall’inizio sa che questa non è una risposta retorica. È letteralmente vera.
La filosofia della libertà: non è un tema, è la struttura
One Piece racconta la storia di Monkey D. Luffy, un ragazzo che vuole diventare Re dei Pirati. È il punto di partenza — semplice, quasi banale. Ma chi ha letto il manga sa che questa premessa è solo la superficie di qualcosa di molto più complesso.
Il mondo di One Piece è governato da un sistema preciso: il Governo Mondiale, i Dragoni Celesti, la Marina, la struttura di potere che mantiene l’ordine attraverso la forza, la paura e — soprattutto — il controllo della storia. Perché il vero potere nel mondo di Oda non è militare: è narrativo. Chi controlla cosa viene ricordato, controlla tutto il resto.
Queste tre idee — la libertà come posizione politica, la memoria come campo di battaglia, la gioia come atto di resistenza — non sono temi nascosti nel manga. Sono la sua struttura portante. Oda le ha costruite mattone su mattone per quasi trent’anni, con una pazienza e una coerenza narrative che non hanno paragoni nella storia del fumetto contemporaneo.
È esattamente questo che intendeva Paradiso quando parlava di “libertà dall’oppressore”. Non è una lettura forzata. È scritto lì, in ogni arco narrativo, in ogni personaggio che sceglie di essere un pirata invece di obbedire.
One Piece oltre il Giappone: i movimenti che lo hanno adottato
Paradiso lo aveva citato di sfuggita, ma merita un approfondimento: One Piece è stato citato e utilizzato come simbolo da movimenti di protesta reali, in contesti geografici e politici diversissimi. Non è una coincidenza. È la prova che il messaggio di Oda ha una risonanza che va oltre la cultura pop.
In Tailandia, durante le proteste pro-democrazia del 2020 contro il governo militare, i manifestanti hanno usato il saluto a tre dita tratto da Hunger Games — ma anche bandiere e simboli di One Piece, specificatamente il Jolly Roger, come emblema di chi rifiuta di obbedire a un ordine imposto. In Nigeria, durante le proteste #EndSARS dello stesso anno, diversi cartelli citavano frasi di Luffy sulla libertà. Non perché i manifestanti fossero nerd di manga — ma perché il linguaggio di One Piece esprimeva qualcosa che volevano dire e che il linguaggio politico tradizionale non riusciva a contenere.
One Piece parla fondamentalmente di liberazione. Questo messaggio è stato preso a prestito anche dai movimenti popolari in Asia e Africa.
Questo non significa che Oda sia un attivista politico — non lo è, almeno non esplicitamente. Ma significa che ha creato un linguaggio narrativo abbastanza potente da essere adottato autonomamente da persone in situazioni reali. È la prova più concreta che quello che ha scritto non è solo intrattenimento.
L’amicizia come filosofia: Will of D. e la trasmissione del sogno
C’è un secondo tema in One Piece che Paradiso ha nominato quasi di passaggio — “è anche una storia di amicizia” — e che merita molto più spazio. Perché l’amicizia in One Piece non è un sentimento. È una posizione ontologica: il modo in cui le persone si costruiscono a vicenda attraverso la scelta consapevole di stare insieme.
La ciurma di Cappello di Paglia non è una famiglia biologica. Non è un’organizzazione. Non è nemmeno un gruppo di persone che si piace particolarmente. È un insieme di individui radicalmente diversi — un cecchino bugiardo, una ladra opportunista, un cuoco vanitoso, un medico in cerca di cura — che scelgono, ogni giorno, di restare. Non per obbligo. Per volontà.
Oda ha costruito questa idea con una cura quasi ossessiva. Ogni personaggio della ciurma ha un backstory devastante — una perdita, un fallimento, una ferita che non si chiude del tutto. E quella ferita è esattamente il punto di contatto con gli altri. Non la forza li unisce. La vulnerabilità li unisce. La scelta di mostrarsi per quello che sono, sapendo che gli altri resteranno comunque.
Il Will of D. — la volontà dei portatori della lettera D. nel loro nome, da Luffy a Ace a Roger a Law — è la formalizzazione narrativa di questa idea: alcune persone portano nel loro DNA la capacità di sognare contro tutto e tutti, di non piegarsi al potere costituito, di trasmettere quella luce ad altri. Non è una superiorità genetica. È una scelta che si rinnova ogni giorno. Ed è contagiosa.
Perché “I Romantici” di Paradiso e One Piece parlano la stessa lingua
Non è casuale che Tommaso Paradiso abbia portato One Piece a Sanremo nello stesso anno in cui portava un brano chiamato I Romantici. C’è una coerenza profonda tra le due cose — e vale la pena nominarla.
I Romantici è, nelle parole di Paradiso stesso, un brano su chi non ha smesso di fermarsi a guardare il cielo. Su chi crede nei sogni semplici. Su chi sceglie la tenerezza invece della distanza. Su chi, anche di fronte alla perdita — Paradiso ha dedicato il brano alla madre scomparsa pochi mesi prima di Sanremo — sceglie di amare ancora.
I romantici sono quelli che si fermano a guardare il cielo, i treni passare, che si fanno rapire dai pensieri, amano e riflettono, e anche nei momenti di buio sanno che troveranno la luce.
Sostituire “i romantici” con “la ciurma di Cappello di Paglia” e la frase funziona ugualmente. Perché Luffy è la definizione esatta di romantico nel senso di Paradiso: qualcuno che guarda il cielo e ci vede una promessa invece di una distanza, che ride anche mentre sanguina, che non impara mai a smettere di credere che il One Piece esista davvero.
C’è una continuità tra l’articolo che abbiamo scritto su Caparezza e Nika e quello che stiamo scrivendo ora. Non è una coincidenza. È che One Piece parla a chi fa arte con intenzione — a chi non si accontenta di fare cose belle ma vuole fare cose vere. E questi artisti, quando lo incontrano, lo riconoscono immediatamente.
Oltre la Divina Commedia? La domanda che vale la pena farsi
Torniamo alla frase di Paradiso che ha fatto più rumore: One Piece è oltre la Divina Commedia. È un’iperbole? Probabilmente sì, se intesa in senso letterale. Ma Paradiso — laureato in filosofia, lettore evidentemente serio — non stava facendo un confronto accademico. Stava dicendo qualcosa di più preciso: che One Piece ha una profondità tematica e una forza narrativa che non ci aspettiamo da un manga shonen, e che questa sorpresa dice più su di noi che sull’opera.
La Divina Commedia è considerata grande letteratura perché è vecchia, perché è in terzine, perché la studiamo a scuola. One Piece è considerato intrattenimento per ragazzi perché è in bianco e nero, perché ha le onomatopee, perché si vende in libreria accanto ai Pokémon. Ma se togliamo il packaging e guardiamo il contenuto — la complessità dei personaggi, la coerenza della costruzione narrativa, la profondità dei temi, la capacità di cambiare il modo in cui guardi il mondo — la differenza si assottiglia in modo scomodo.
Non stiamo dicendo che One Piece sia migliore della Divina Commedia. Stiamo dicendo che la domanda è meno assurda di quanto sembri — e che il fatto che sembri assurda dice qualcosa sulle gerarchie culturali che abbiamo costruito, sulle cose che consideriamo degne di attenzione seria e quelle che scartiaamo prima ancora di aprire.
Cosa ci insegna One Piece — davvero
Al di là della filosofia e del dibattito culturale, c’è una risposta più semplice e più personale. One Piece ci insegna sei cose che non trovi facilmente altrove, e che restano con te dopo aver chiuso l’ultimo volume.
Perché Paradiso aveva ragione — e perché non importa se aveva torto
Tornando a Sanremo, alla conferenza stampa, al guanto con il Jolly Roger. Paradiso aveva ragione? Dipende da cosa intendeva. Se stava dicendo che One Piece è tecnicamente superiore alla Divina Commedia come opera letteraria — probabilmente no, è un confronto che non ha molto senso fare. Se stava dicendo che One Piece ha una profondità, una coerenza e una forza narrativa che non ci aspettiamo da un manga e che cambiano il modo in cui guardi il mondo — allora sì, aveva completamente ragione.
Ma forse la cosa più interessante non è rispondere alla domanda se aveva ragione o torto. È chiedersi perché quella dichiarazione ha fatto così tanto rumore. Cosa dice di noi il fatto che accettare che un manga giapponese possa avere profondità filosofica sembri ancora provocatorio nel 2026? Cosa dice delle gerarchie culturali che abbiamo costruito — e non abbiamo ancora del tutto smontato?
Oda ha detto una volta, in un’intervista, che voleva che One Piece fosse il manga con più libertà del mondo. Non la storia più lunga, non la più venduta, non la più famosa. Quella con più libertà. Nel 2026, con 530 milioni di copie vendute e un cantautore laureato in filosofia che lo cita sul palco di Sanremo indossando il Jolly Roger — si direbbe che ci sia riuscito.
Domande frequenti
In conferenza stampa durante il Festival di Sanremo 2026, Tommaso Paradiso ha dichiarato: “Credo che chiunque, prima di morire, debba leggere One Piece, perché è l’opera più grande che sia mai stata concepita da un essere umano. Siamo oltre la Divina Commedia.” Ha aggiunto che si tratta di un’opera fondamentalmente sulla liberazione e la libertà dall’oppressore, con un messaggio preso a prestito anche da movimenti popolari in Asia e Africa. Si è presentato sul palco dell’Ariston con un guanto raffigurante il Jolly Roger di One Piece. Le sue parole sono diventate virali e hanno scatenato un dibattito nazionale.
One Piece affronta temi come la libertà, l’oppressione sistemica, il controllo della storia e la memoria collettiva con una profondità e una coerenza narrative rare. Il suo messaggio sulla libertà come atto di resistenza è stato adottato spontaneamente da movimenti di protesta reali in Asia e Africa. Con 530 milioni di copie vendute e quasi trent’anni di storia, è l’opera seriale più lunga e venduta della storia del manga — costruita con un’intenzione narrativa precisa che emerge chiaramente leggendo l’intera saga.
Il messaggio centrale di One Piece ruota attorno a tre idee collegate: la libertà come posizione politica (i pirati come chiunque rifiuti di obbedire a un sistema di potere non scelto), il controllo della narrativa storica come strumento di oppressione (il Governo Mondiale che cancella la storia), e la gioia come forma di resistenza (Nika, il potere più alto, basato non sulla forza ma sull’immaginazione e la risata). Questi temi vengono costruiti nel corso di decenni con una coerenza narrativa che li rende inseparabili dalla storia in superficie.
Eiichiro Oda è un mangaka giapponese nato nel 1975 a Kumamoto. Ha pubblicato il primo capitolo di One Piece nel luglio 1997 su Weekly Shonen Jump, quando aveva 22 anni. Da allora, con pochissime pause per motivi di salute, pubblica un capitolo a settimana ininterrottamente — un ritmo mantenuto per quasi trent’anni. One Piece è il manga più venduto della storia con oltre 530 milioni di copie. Oda ha dichiarato che l’opera è in fase finale, ma non ha ancora annunciato una data di conclusione.
Dal capitolo 1, volume 1 — non c’è scorciatoia. One Piece è costruito in modo che ogni cosa vista in precedenza acquisti nuovo significato più avanti: saltare i primi archi significa perdere le fondamenta emotive su cui reggono tutti i momenti successivi. I primi 100 capitoli sono accessibili e coinvolgenti. La complessità cresce progressivamente. Se cerchi il punto in cui la storia raggiunge la sua prima vera maturità narrativa ed emotiva, è l’Arco di Alabasta (capitoli 100–216) e poi Enies Lobby (capitoli 375–430).
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